CircleMe, il social network socratico ti connette con te stesso (questo sconosciuto)

E alla fine, con moto eterno e circolare, la bulimia zuckerbergiana del “chi-sei-tu?” ripiega sull’ancestrale “chi-sono-io?”. Il segreto antropologico dei social network doveva essere l’uscita dal sé, la grande immersione nel mare dell’alterità, la liberazione dalla solitudine per accedere allo spazio interpersonale e riscoprire “l’animale compagnevole” (copyright Dante Alighieri feat. Aristotele) che questi decenni postmoderni avevano massacrato a suon di yoga e training autogeno.
17 AGO 20
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E alla fine, con moto eterno e circolare, la bulimia zuckerbergiana del “chi-sei-tu?” ripiega sull’ancestrale “chi-sono-io?”. Il segreto antropologico dei social network doveva essere l’uscita dal sé, la grande immersione nel mare dell’alterità, la liberazione dalla solitudine per accedere allo spazio interpersonale e riscoprire “l’animale compagnevole” (copyright Dante Alighieri feat. Aristotele) che questi decenni postmoderni avevano massacrato a suon di yoga e training autogeno. L’importante, recitava la vulgata, era connettersi con gli altri in qualunque modo, spiare dal buco della serratura, mettere le foto in tanga per avere tanti amici, accedere a qualcosa d’altro, qualunque cosa fosse.
Ma CircleMe, nuovo social network prodotto dalla start up inglese Cascaad, introduce l’interpretazione opposta: il social network non è una sinapsi, ma uno specchio. Lo chiamano il “social network che ti connette a te stesso”, perché il suo scopo fondamentale è raccogliere informazioni su quella cosa cangiante ed effimera che è l’io, soggetto enigmatico anche per il suo stesso titolare. Il video di lancio del prodotto è un viaggio in soggettiva in cui la visuale complessiva è sfocata, fatto salvo per un cerchio al centro del campo visivo in cui le cose appaiono in alta definizione: il gelato, lo sguardo, la fotografia, il professore, il libro, gli endecasillabi sciolti, la filatelia. CircleMe registra e incanala le tue preferenze in una piattaforma che racconta l’io con la pretenziosa ambizione di renderne sfumature e cambiamenti nel tempo e nello spazio. Una volta adoravi Goethe e poi hai scoperto Schiller? La copertina dei “Masnadieri” finisce grande e in bella vista nel mosaico circolare della tua vita, quella delle “Affinità elettive” retrocede nella posizione più defilata delle cose passate, quelle che non sono più sulla cresta dell’onda ma che comunque il loro contributo storico l’hanno dato.
CircleMe porta alle estreme conseguenze la maieutica a basso costo che Zuckerberg ha soltanto abbozzato con la timeline di Facebook; nella riedizione digitale del motto dell’oracolo di Delfi (conosci te stesso) vengono incanalate tutte le preferenze raccolte nella quotidiana vita del social network. Tutti i “mi piace” di Facebook, gli streaming di Netflix, i retweet di Twitter, vengono indicizzati per rendere più attendibile e complesso il ritratto che ciascuno dà di se stesso. “Be what you like” è il motto, che è “sii ciò che vuoi” ma anche “sii ciò che ti piace”. Ovviamente il piacere così com’è inteso nella semantica del social network. “Metti insieme tanti ‘mi piace’ come effetto collaterale della condivisione con altre persone, ma non pensi che questi possano rappresentare le cose più importanti della tua vita”, dice il socratico da spiaggia Erik Lumer, l’inventore di CircleMe, quasi mettendo in guardia gli utenti da quello che amano (c’è qualcosa di poliziesco: tutto quello che ti piacerà su Facebook potrà essere usato contro di te su CircleMe).
Infine, dopo tutto questo compilare e convogliare, si può iniziare a condividere il profilo con gli altri sulla base di certi interessi, anche con il rischio di essere approcciati dal maestro di judo, la disciplina più abbandonata durante le scuole medie. Gli utenti onesti di CircleMe scopriranno principalmente di non essere così cool come pensavano: ci sono vecchie passioni che viste oggi sono puerili, errori, amicizie sconvenienti, libri brutti che quella volta sembravano capolavori. E’ il rischio che si corre ad essere “animali che si autointerpretano”, come direbbe Charles Taylor, e a delegare la leopardiana domanda “chi sono io?” a un cerchio delle preferenze.